
Prima che il cambiamento diventi visibile
Quando pensiamo al cambiamento, tendiamo a immaginarlo come un momento preciso: un prima e un dopo.
Prima avevo paura di fare quella cosa, ora non più.
Prima ero bloccato, ora riesco ad agire.
Prima quella situazione mi faceva stare male, oggi riesco ad affrontarla diversamente.
Insomma, ci accorgiamo di essere cambiati quando riusciamo a vederne gli effetti. Ed è forse anche per questo che, a volte, il cambiamento ci sembra improvviso. Come se qualcosa, a un certo punto e quasi per magia, finalmente accadesse.
Eppure, quello che riusciamo a vedere potrebbe essere solo la parte più evidente di un processo iniziato molto prima.
Forse, allora, cambiare non significa soltanto arrivare a quel “dopo” che riusciamo finalmente a vedere. Significa anche imparare a riconoscere ciò che accade prima.
Il cambiamento è un processo, non un solo istante
Anche se potremmo dire il contrario, un fiore non inizia a sbocciare nell’istante esatto in cui lo vediamo aprirsi.
Prima è successo altro, anche se noi non potevamo ancora vederlo. Ci sono state condizioni che sono cambiate, trasformazioni progressive, qualcosa che ha preparato ciò che poi è diventato visibile.
Con il cambiamento personale può succedere qualcosa di simile.
Magari ce ne accorgiamo quando finalmente prendiamo una decisione che rimandavamo da mesi. Quando affrontiamo una situazione che prima evitavamo. O quando, dentro una relazione, iniziamo a comportarci in un modo diverso dal solito.
Ma quel gesto potrebbe essere solo la parte più visibile di un processo iniziato già da tempo.
Prima, forse, avevamo cominciato a mettere in discussione qualcosa. A guardare il problema da un'altra prospettiva. A immaginare un'alternativa. Magari avevamo già fatto qualche piccolo tentativo, senza considerarlo poi così importante.
O semplicemente avevamo iniziato a pensare che così, in quel modo, non volevamo più continuare.
Il cambiamento non sempre si annuncia a gran voce. E non sempre è facile riconoscerlo mentre sta già accadendo.
Iniziamo a cambiare prima ancora di agire
Il modello transteorico di Prochaska e DiClemente aiuta a capire bene questo passaggio.
Gli autori descrivono diversi stadi del cambiamento: precontemplazione, contemplazione, preparazione, azione e mantenimento.
L'azione, quindi, è una parte del processo. Non tutto il processo.
Prima di modificare concretamente un comportamento possiamo attraversare un periodo in cui iniziamo a riconoscere un problema, valutiamo possibilità diverse, diventiamo più consapevoli di quello che ci sta costando rimanere nella situazione attuale e iniziamo, in qualche modo, a prepararci a fare qualcosa di diverso.
E non è detto che tutto questo proceda ordinatamente da uno stadio all'altro.
Possiamo avanzare, fermarci, tornare temporaneamente a modalità precedenti e poi ripartire. Possiamo anche pensare di essere tornati al punto di partenza quando, in realtà, nel frattempo abbiamo capito qualcosa in più su di noi, sul problema o su quello che non funziona.
Pensare diversamente a una situazione non significa averla risolta. E decidere che vogliamo cambiare qualcosa non significa averlo già fatto.
Però qualcosa, rispetto a prima, si è mosso.
Non tutti i cambiamenti avvengono allo stesso modo
E non tutti i cambiamenti hanno lo stesso andamento.
A questo proposito Nardone e Balbi descrivono diverse modalità attraverso cui un cambiamento può prodursi.
Ci sono cambiamenti graduali, costruiti attraverso piccoli spostamenti progressivi. Altri sembrano avvenire in modo molto più improvviso, quasi come se qualcosa, a un certo punto, dopo una rottura netta si dovesse riorganizzare da capo. Altri ancora possono iniziare da una modifica apparentemente piccola che produce progressivamente conseguenze più ampie, con risvolti esponenziali, come in una sorta di effetto valanga.
Questo ci dice una cosa importante: qualcosa di piccolo non significa necessariamente poco impattante.
Pensiamo, per esempio, a una persona che davanti a una difficoltà continua a mettere in atto la stessa soluzione: controllare ancora di più, evitare, chiedere rassicurazioni, rimandare, continuare ad analizzare il problema.
Fare qualcosa di diverso, anche una sola volta e in una situazione circoscritta, non significa aver risolto il problema.
Però introduce una prima differenza.
E quella differenza può farci scoprire qualcosa che prima non vedevamo: per esempio, che esiste anche un altro modo di rispondere a quella situazione.
Un piccolo movimento può quindi fare la differenza. Ma piccolo non significa casuale.
Non basta fare qualcosa di diverso perché quel cambiamento sia necessariamente quello che desideriamo.
Cambiamo continuamente, anche in modi che non desideriamo: una paura può diventare più limitante, un evitamento può estendersi ad altre situazioni, una strategia ripetuta può contribuire a rinforzare e mantenere un problema.
Per questo diventa importante capire in quale direzione vogliamo andare.
Qual è, concretamente, il cambiamento che desideriamo ottenere?
Avere un obiettivo più chiaro ci permette di capire se quello che stiamo facendo ci sta avvicinando a quella direzione oppure ci sta portando altrove.
E in un percorso psicologico?
Se il cambiamento può iniziare prima ancora che riusciamo a riconoscerlo, questo ha delle conseguenze anche sul modo di lavorare in un percorso psicologico.
Chi arriva in seduta non è una pagina bianca.
Su quella pagina c'è già qualcosa di scritto: tentativi fatti, strategie che hanno funzionato e altre che hanno contribuito a mantenere il problema, risorse utilizzate, momenti in cui le cose sono andate diversamente. E, a volte, anche qualche piccolo cambiamento già iniziato.
Il lavoro insieme non parte quindi da zero. Si tratta anche di leggere ciò che c'è già, per capire cosa può essere utile portare avanti e cosa, invece, può essere fatto diversamente.
E poi iniziare a scrivere insieme il pezzo successivo: definire quale cambiamento si vuole ottenere, dare una direzione al percorso e capire quale potrebbe essere il primo passo per iniziare a muoversi verso di essa.
Il cambiamento potrebbe essere già iniziato
Tendiamo a riconoscere il cambiamento quando ne vediamo gli effetti. Ma, arrivati fin qui, possiamo forse guardarlo anche da un'altra prospettiva.
Se il cambiamento è un processo, non abbiamo bisogno di conoscere fin dall'inizio tutta la strada. Abbiamo però bisogno di capire dove vogliamo andare.
E allora può essere utile fermarsi a guardare ciò che, magari, ha già iniziato a muoversi. Un tentativo diverso, una decisione che sta maturando, qualcosa che oggi riusciamo a vedere in modo diverso rispetto a prima.
Da lì possiamo chiederci: qual è il primo piccolo passo che posso fare nella direzione che desidero?
Forse, guardandoci indietro tra qualche tempo, non riusciremo a individuare il momento preciso in cui le cose hanno iniziato a cambiare.
Potremmo però accorgerci che qualcosa era iniziato molto prima di quanto pensassimo.
Bibliografia
Prochaska, J. O., DiClemente, C. C., & Norcross, J. C. (1992). In search of how people change: Applications to addictive behaviors. American Psychologist, 47(9), 1102–1114.
Hoyt, M. F., & Cannistrà, F. (2023). Conversazioni di terapia breve. Esplorando interventi efficaci in psicoterapia. EPC Editore.
Nardone, G., & Balbi, E. (2017). Solcare il mare all’insaputa del cielo. Lezioni sul cambiamento terapeutico. TEA.

